La standardizzazione consiste nel ridurre il numero di referenze equivalenti presenti a catalogo, concentrando i volumi su un numero minore di prodotti selezionati. Non è un taglio imposto dall’amministrazione: è una scelta che regge solo se le funzioni cliniche la condividono.
La proliferazione delle referenze raramente nasce da una decisione. Si accumula: preferenze individuali consolidate nel tempo, prodotti introdotti per un caso specifico e mai dismessi, forniture sostitutive durante una carenza rimaste a regime, acquisti autonomi delle singole sedi.
Il risultato è un catalogo in cui convivono prodotti sostanzialmente equivalenti, acquistati da fornitori diversi a condizioni diverse, ciascuno con la propria scorta.
L’equivalenza tra prodotti non è una valutazione amministrativa: è una valutazione clinica e tecnica. Per questo il percorso parte dai dati di consumo, che individuano i candidati alla razionalizzazione, ma la decisione sull’equivalenza resta alle funzioni competenti.
Dove l’equivalenza non è dimostrabile, la referenza resta. Una standardizzazione imposta contro il giudizio clinico viene aggirata in poche settimane e produce acquisti fuori procedura.
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Non se condotta correttamente. La riduzione riguarda referenze valutate come equivalenti dalle funzioni cliniche competenti. Dove l’equivalenza non è dimostrabile, il prodotto resta a catalogo.
Da quelle in cui l’analisi dei consumi mostra più referenze equivalenti con volumi frammentati, e in cui l’impatto clinico della sostituzione è basso. I prodotti ad alta criticità clinica si affrontano più avanti, se e quando ha senso.
Dipende interamente dal punto di partenza e non è prevedibile prima dell’analisi. Indicare una percentuale a priori sarebbe una stima priva di fondamento.
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